{"id":339,"date":"2020-09-14T18:00:54","date_gmt":"2020-09-14T16:00:54","guid":{"rendered":"http:\/\/orgs.noblogs.org\/?p=339"},"modified":"2020-09-14T18:00:54","modified_gmt":"2020-09-14T16:00:54","slug":"gestione-non-violenta-dei-conflitti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/orgs.noblogs.org\/it\/post\/2020\/09\/14\/gestione-non-violenta-dei-conflitti\/","title":{"rendered":"Gestione non violenta dei conflitti"},"content":{"rendered":"<p>fonte: <a href=\"https:\/\/www.autistici.org\/azione\/consenso\/gestione_nonv_conflitti.html\">https:\/\/www.autistici.org\/azione\/consenso\/gestione_nonv_conflitti.html<\/a><\/p>\n<p>Saggio breve sulla gestione di gruppo dei conflitti.<\/p>\n<blockquote>\n<p class=\"Normal heading2\">Il Conflitto \u00e8 uno stato della Relazione caratterizzato dalla presenza di un Problema a cui si associa un Disagio.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p><big> LA GESTIONE NONVIOLENTA DEI CONFLITTI<br \/>\n<\/big><\/p>\n<div><\/div>\n<p>1. RI\/CONOSCERE IL CONFLITTO PER GESTIRLO<\/p>\n<p>Per gestire un conflitto devo per prima cosa riconoscerlo, cio\u00e8 devo saperlo cogliere in modo rapido e chiaro. Poi devo conoscerlo, nel senso che solo attraverso la buona comprensione delle sue cause posso agire in modo efficace. Da ci\u00f2 nasce la domanda: che cos&#8217;\u00e8 il conflitto? Ovvero: io, come lo riconosco un conflitto?<\/p>\n<p>Cos&#8217;\u00e8 che mi consente di dire &#8216;questo \u00e8 un conflitto&#8217; e quello non lo \u00e8? C&#8217;\u00e8 qualcosa che, come fosse un minimo comune denominatore, una sorta di ingrediente fondamentale, \u00e8 presente in ogni tipo di conflitto, da quello intrapersonale a quello internazionale?<\/p>\n<p>Dalla risposta a queste domande scaturisce la seguente definizione. Essa \u00e8 solo una tra le tante e, come ogni definizione, va presa con senso critico, ricordando che il linguaggio usato ci pu\u00f2 liberare o imprigionare per quanto riguarda la comprensione della realt\u00e0. Infatti i concetti che usiamo non sono la realt\u00e0, ma una sua descrizione , e il rapporto tra concetti e realt\u00e0 \u00e8 simile al rapporto tra una \u201cmappa e il relativo territorio\u201d. Perci\u00f2 conviene costruirsi delle buone mappe!<\/p>\n<p class=\"Normal heading2\">Il Conflitto \u00e8 uno stato della Relazione caratterizzato dalla presenza di un Problema<\/p>\n<p>cui si associa un Disagio.<\/p>\n<p class=\"Normal heading4\">2. IL CONFLITTO \u00c8 UNO STATO DELLA RELAZIONE<\/p>\n<p class=\"Normal heading4\">\u00a0 Noi non siamo mai soli, siamo sempre in relazione con qualcuno o qualcosa. L&#8217;esistenza \u00e8 relazione, movimento, trasformazione. Pertanto il conflitto \u00e8 sempre legato ad una determinata relazione (con un amico o un nemico, con la vita o con una parte di se stessi); ed essendo la relazione qualcosa di dinamico, in continua trasformazione, un conflitto nel tempo pu\u00f2 aumentare o diminuire d&#8217;intensit\u00e0, risolversi in modo definitivo, oppure temporaneo. Ai nostri fini \u00e8 importante distinguere due dimensioni della relazione: una interiore, con se stessi, che possiamo chiamare &#8216;personale, e una esteriore, con gli altri, che chiamiamo &#8216;sociale&#8217;. Tale distinzione ci permette di cogliere una dimensione personale e una dimensione sociale del conflitto, dimensioni che sono intimamente connesse, ma anche funzionalmente diverse tra loro. La dimensione sociale poi, varia dal livello micro (famiglia) a quello macro (Stati), attraversando il livello meso (quartiere, citt\u00e0, ecc). Non \u00e8 assolutamente possibile gestire positivamente i conflitti a livello sociale senza tenere conto della dimensione interiore o personale del conflitto.\u00a0\u00a0 Sulle distinzioni tra i cosiddetti livelli micro, meso e macro del Conflitto (e pi\u00f9 in generale come buon testo teprico) vedi \u201cI conflitti. Introduzione a una teoria generale.\u201d di E. Arielli e G. Scotto, ed. Bruno Mondadori, pag. 15.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">3. DISTINGUERE I PROBLEMI DAI CONFLITTI<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Generalmente per conflitto s&#8217;intende \u201cuna incompatibilit\u00e0 (o scontro, divergenza, opposizione, ecc.) tra scopi (o interessi, valori, opinioni, bisogni, ecc.) perseguiti da attori diversi (persone, gruppi, Stati, ecc.)\u201d. Ci\u00f2 \u00e8 ben espresso anche dall&#8217;etimologia della parola &#8220;conflitto&#8221;: cum fligere, cio\u00e8 battere contro.<\/p>\n<p class=\"Normal List\">Per un&#8217;ampia trattazione del conflitto e delle sue definizioni, vedi anche A. L&#8217;Abate \u201cConflitto, consenso e mutamento sociale: introduzione a una sociologia della nonviolenza\u201d, Franco Angeli editore. Vedi anche J. Galtung, uno dei massimi rappresentanti a livello mondiale della peace-research, \u201cLa trasformazione nonviolenta dei conflitti\u201d ed. EGA., opera molto importane perch\u00e9 \u00e8 il primo manuale per la gestione nonviolenta dei conflitti pubblicato e adottato ufficialmente dall&#8217;ONU (EGA edita una versione ridotta).<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Questo modo di vedere per\u00f2 non mette in luce la componente dolorosa del conflitto, che pure sembra essere riconosciuta da tutti quando si entra nel vivo dei conflitti. Cogliere bene la componente di dolore, sofferenza, disagio, tipica del vissuto conflittuale, \u00e8 essenziale perch\u00e9 essa influisce in modo sostanziale sulla dinamica del conflitto. Perci\u00f2, al fine di una gestione positiva dei conflitti, ci sembra pi\u00f9 funzionale una definizione (mappa) in cui tale componente sia ben visibile. Proviamo allora a riassumere e chiarire cosa intendiamo precisamente con i termini usati.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Per problema\u00a0 qui intendiamo tutto quello che all&#8217;interno di una relazione o di una situazione (dal livello a micro a quello macro) percepiamo come scontro, incompatibilit\u00e0, divergenza, contrasto, opposizione, ecc, che pu\u00f2 essere legato a qualsiasi cosa, cio\u00e8 a diversit\u00e0 di interessi, bisogni, opinioni, valori, ecc, senza che a tutto ci\u00f2 si associ sul piano esperienziale una qualche forma di disagio. Un modo molto semplice ed efficace per individuare se ci troviamo di fronte a un problema \u00e8 domandarsi \u201caccetto quello che sta accadendo, o che potrebbe accadere?\u201d. Nella misura in cui rispondiamo affermativamente vuol dire che stiamo vivendo un problema. Questa consapevolezza, che potrebbe sembrare una banalit\u00e0, un fatto scontato, costituisce un momento fondamentale nella gestione del conflitto. \u00c8 evidente che i problemi sono qualcosa che affrontiamo in continuazione: piccoli o grandi che siano costituiscono la materia prima del nostro agire, tanto da arrivare a dire che \u201ci problemi sono il sale della vita\u201d. Questo finch\u00e9 ad essi non si associa il disagio, la sofferenza: allora diventano conflitti, e le cose non sono pi\u00f9 cos\u00ec attraenti.<\/p>\n<p>Per disagio intendiamo quel vissuto soggettivo, rappresentato da una vasta gamma di sensazioni, sentimenti ed emozioni, che dentro noi percepiamo come pi\u00f9 o meno spiacevole, doloroso e fonte di sofferenza. Dunque ci troviamo di fronte non pi\u00f9 a un problema, ma a un conflitto, dove \u00e8 assai pi\u00f9 impegnativo trovare una soluzione positiva, costruttiva, vinci\/vinci. Qui \u00e8 importante notare la diversit\u00e0 tra il disagio strettamente fisico e quello psicologico, perch\u00e9 non sono la stessa cosa: per es. posso star male fisicamente, ma essere di un buon umore, e viceversa non avere problemi fisici ed essere di umore nero. Quello che qui c&#8217;interessa maggiormente al fine di una gestione positiva del conflitto \u00e8 il disagio psicologico.<\/p>\n<p>Nella nostra mappa dunque il conflitto \u00e8 un aggregato costituito sempre da due componenti: il problema e il disagio.<\/p>\n<p>Riconoscere senza confondere questi due componenti ci consente di gestire i conflitti in modo efficace e costruttivo.<\/p>\n<p class=\"Normal heading4\">4. NEL CONFLITTO SI STA MALE<\/p>\n<p class=\"Normal heading4\">Se ammettiamo che il conflitto \u00e8 un aspetto naturale dell&#8217;esistenza umana, allora \u00e8 ovvio che per costruire la pace e la giustizia nelle relazioni bisogna per forza di cose passare attraverso la gestione sana e costruttiva del conflitto. Allora il primo fondamentale passaggio evolutivo rispetto alla visione comune del conflitto \u00e8 che per gestire i conflitti in modo costruttivo devo saper stare costruttivamente nel conflitto<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">.Non \u00e8 finita. Per arrivare al cuore della questione dobbiamo fare ancora un altro passo, meno scontato del precedente, seppur logicamente implicito, e cio\u00e8 per stare costruttivamente nel conflitto devo saper stare costruttivamente nel disagio.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Quest&#8217;ultimo passaggio non \u00e8 roba da poco perch\u00e9 porta al centro dell&#8217;attenzione il nostro rapporto (a livello personale e sociale) con la sofferenza.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Ed infatti l&#8217;enorme difficolt\u00e0 che s&#8217;incontra nello sviluppare un atteggiamento positivo verso il conflitto risiede proprio in ci\u00f2: si ha una profonda paura del conflitto perch\u00e9 sia ha una profonda paura di star male, di soffrire. Cos\u00ec accade che gestiamo i problemi per gestire il nostro disagio.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Per es. la richiesta di una maggiore presenza delle forze dell&#8217;ordine nelle citt\u00e0, di barriere ai confini, o di armi pi\u00f9 potenti, risponde al bisogno di calmare ansie, angosce e paure personali e collettive. Si dice e si crede che con ci\u00f2 si risponda al bisogno di sicurezza, ma di fatto, come \u00e8 logicamente dimostrabile,\u00a0 i problemi si complicano su scala maggiore e la sicurezza diminuisce. Un genitore ansioso cerca di controllare i suoi figli in modo da iper-proteggerli, causando per\u00f2 dei notevoli problemi di crescita ai figli stessi. Lui dice che lo fa per i figli, ma in realt\u00e0 sta gestendo il disagio legato alla sua ansia. Le drammatiche conseguenze di ci\u00f2 sono sotto gli occhi di tutti. Il fallimento di questa comunissima strategia di gestione del conflitto (comunissima perch\u00e9 si apprende, si agisce e si trasmette inconsapevolmente), che invece di diminuire la sofferenza e risolvere i problemi li aumenta moltissimo, si fonda su tre errori : il primo errore sta nel non riconoscere la sostanziale differenza e il rapporto che intercorre tra disagio e problema; il secondo errore sta nel rapportarsi in modo errato, disfunzionale, alle emozioni nostre e altrui; il terzo errore, il pi\u00f9 grave, quello che sembra condurre all&#8217;origine di tutti i conflitti, riguarda la nostra ignoranza di fondo circa la natura della sofferenza e di conseguenza il nostro errato rapporto con essa.<\/p>\n<p class=\"Normal List\">\u00a0 Sul rapporto tra sofferenza, violenza e nonviolenza (e sulla nonviolenza in generale), segnalo Gandhi \u201cTeoria e pratica della nonviolenza\u201d, a cura di Giuliano Pontara, Edizioni Einaudi. Sul rapporto tra violenza e sofferenza, sui meccanismi di propagazione della violenza e sulle sue radici, che hanno molto a che fare con l&#8217;origine dei conflitti, segnalo anche \u201cPer uscire dalla violenza\u201d, Ed. Gruppo Abele, di J. S\u00e9melin. Infine sulla difficolt\u00e0 a riconoscere sentimenti ed emozioni nei conflitti (e non solo), tanto che alcuni autori propongono programmi di &#8216;alfabetizzazione emotiva&#8217;, vedi \u201cL&#8217;intelligenza Emotiva\u201d, D. Goleman. Ed. Feltrinelli.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">A questo punto si dovrebbe comprendere meglio perch\u00e9 il cambiamento di atteggiamento oggi tanto auspicato e predicato verso il conflitto (da un atteggiamento negativo che vede il conflitto come qualcosa di sbagliato, violento, brutto, a un atteggiamento positivo che vede il confitto come opportunit\u00e0 di crescita personale e sociale), \u00e8 in pratica cos\u00ec difficile a farsi: si tratta niente meno che di un cambiamento di mentalit\u00e0 e di cultura nei riguardi della sofferenza. Una vera rivoluzione, che investe in pieno i temi della democrazia e della partecipazione: un&#8217;autentica partecipazione implica l&#8217;accettazione del conflitto, il rischio di perdere il controllo e di una buona fetta di potere da parte di coloro che ce l&#8217;hanno. La costruzione di contesti sociali costruttivi (dal micro al macro livello) deve anzitutto riconoscere il conflitto come stato o luogo naturale della relazione; ci\u00f2 significa che deve sempre facilitare l&#8217;emersione e l&#8217;esplicitazione sia del disagio, sia dei problemi (cio\u00e8 i due componenti fondamentali del conflitto), sapendo che il disagio si gestisce in un modo, i problemi in un altro.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">5. IL RAPPORTO TRA DISAGIO E PROBLEMA<\/p>\n<p class=\"Normal heading4\">Tra disagio e problema c&#8217;\u00e8 una dinamica circolare: il disagio alimenta i problemi, i problemi alimentano il disagio . Quando sono di umore cattivo (nervoso, ansioso, depresso) tendo a percepire anche i piccoli problemi come ostacoli opprimenti; o addirittura arrivo letteralmente a inventare dei problemi, semplicemente allo scopo di scaricare le tensioni legate al mio disagio (naturalmente ci\u00f2 avviene inconsapevolmente). D&#8217;altra parte un problema, che magari si ripete nel tempo e al quale non riesco a dare una buona risposta, pu\u00f2 mutare il mio stato di serenit\u00e0 e abbassare la soglia della mia capacit\u00e0 di tolleranza, portandomi a percepire (e gestire) quel problema in modo alterato. Pi\u00f9 siamo agitati, nervosi, ansiosi, irati, risentiti, stressati, insomma, pi\u00f9 c&#8217;\u00e8 disagio in noi, e pi\u00f9 i problemi sono vissuti male, percepiti male e gestiti male. E questo ci porta inevitabilmente, inconsapevolmente, a gestire i problemi per gestire il disagio.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Questa dinamica, facilmente osservabile a livello micro (interpersonale), vale in tutto e per tutto anche per la dimensione macro sociale. Ecco perch\u00e9 trasformare i semi della paura e dell&#8217;odio \u00e8 la migliore opera di prevenzione della violenza a tutti i livelli, dalla famiglia alla scuola, dal mondo del lavoro a quello della politica (per esempio le guerre e le oppressioni lasciano potenti semi di paura, odio e rancore che, se non vengono adeguatamente trattati nel cosiddetto tempo di pace, quando si creeranno le condizioni col presentarsi di determinati problemi sociali, germoglieranno di nuovo). Gestire positivamente il disagio \u00e8 dunque un passaggio chiave che si fonda su una rivoluzione logica: gestire (positivamente) il disagio per gestire (positivamente) i problemi.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Assomiglia al passaggio, pure questo rivoluzionario, da \u201csi vis pacem para bellum\u201d a \u201csi vis pacem para pacem\u201d.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">6. INDICATORI DI CONFLITTO<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">A questo punto possiamo considerare il disagio come un campanello d&#8217;allarme che ci consente di riconoscere prontamente l&#8217;esistenza del conflitto, cosa fondamentale dal momento che per\u00a0 gestire i conflitti bisogna anzitutto riconoscerli. E infatti, a livello macrosociale, le varie forme di disagio sono tenute in gran conto e rese oggetto di ricerca in quanto ottimi indicatori per prevenire e gestire i conflitti. Questa, dal punto di vista personale, pu\u00f2 apparire invece un&#8217;osservazione banale, ma se si va a vedere con attenzione e onest\u00e0 nel nostro vivere quotidiano, in genere si scopre che la gran parte dei nostri conflitti ci passa sotto il naso. (A fine giornata, quanti conflitti abbiamo vissuto? E quanti ne abbiamo gestiti, consapevolmente, in modo positivo o in modo semplicemente &#8216;diverso&#8217; dal solito?). Il punto \u00e8 che le migliori intenzioni, supportate anche da una buona preparazione teorica su cosa fare per gestire i conflitti, si perdono nella nebbia fitta dell&#8217;abitudine, della confusione mentale, dell&#8217;identificazione con le emozioni, per cui viviamo i conflitti senza rendercene conto -e forse viviamo cos\u00ec anche le cose belle e piacevoli della vita. Riconoscere prontamente la nostra tensione interna (irritazione, frustrazione, preoccupazione, offesa, disgusto, ecc) c&#8217;invita a porci, secondo la nostra mappa, una domanda fondamentale: qual \u00e8 il problema? Per\u00f2 prima di affrontare il problema \u00e8 necessario fare i conti col disagio, soprattutto quando \u00e8 forte.<\/p>\n<p class=\"Normal Title\">7. LA GESTIONE DEI CONFLITTI<\/p>\n<p class=\"Normal Title\">Quasi tutti gli uomini muoiono per i rimedi che usano pi\u00f9 che per le loro malattie.(Moli\u00e8re)<\/p>\n<p class=\"Normal Title\">In base alla nostra mappa sappiamo che in una situazione conflittuale dobbiamo saper riconoscere prontamente le componenti del disagio e del problema.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">La gestione positiva del disagio \u00e8 il primo passaggio per la gestione positiva del conflitto, perch\u00e9 non \u00e8 possibile affrontare alcun problema quando di mezzo ci sono forti sentimenti o emozioni, i quali diventano il &#8216;vero problema&#8217;.<\/p>\n<p class=\"Normal heading4\">7.1 Gestire il disagio<\/p>\n<p>Gestire positivamente il disagio non vuol dire cercare di eliminarlo. Anzi, se lo vogliamo eliminare la situazione peggiora. Per gestire positivamente il disagio \u00e8 necessario prendersene cura dentro noi, affiancando ad esso qualcosa di positivo che \u00e8 in noi. Ci\u00f2 avviene tramite un lavoro di attento riconoscimento e profonda accettazione del disagio stesso. In pratica si tratta di creare, primariamente attraverso l&#8217;esercizio della consapevolezza, uno spazio interiore di sufficiente calma e fiducia che ci permetta di osservare bene sia le sensazioni fisiche degli stati emotivi che ci abitano in certi momenti, sia i pensieri che vi si associano e che si producono quasi indipendentemente dalla nostra volont\u00e0 seguendo schemi fissi e ricorrenti. Cos\u00ec facendo il disagio semplicemente si trasforma e il momento presente si percepisce con occhi diversi. Si i ntravvedono nuove possibilit\u00e0 di azione, pi\u00f9 rispondenti alla situazione reale, e ci\u00f2 porta ad agire in modo positivo. Non si tratta di far sparire la rabbia o la paura dalla nostra esistenza (ammesso che sia possibile), ma di saperle accogliere in uno spazio interiore sufficientemente ampio per cui pu\u00f2 avvenire qualcosa che sembra quasi incredibile: il disagio continua ad esserci, ma \u00e8 diverso da prima e\u2026 non mi mette a disagio! Come dice Charlotte Joko Back, famosa maestra zen statunitense, \u201cin me c&#8217;\u00e8 la rabbia, ma non sono arrabbiata; c&#8217;\u00e8 la paura, ma non sono impaurita\u201d. E&#8217; come mettere un cucchiaio di sale in un bicchiere d&#8217;acqua oppure in una grande vasca: la quantit\u00e0 di sale \u00e8 la stessa (il disagio), ci\u00f2 che cambia \u00e8 l&#8217;ampiezza del contenitore (noi stessi, il nostro spazio interiore), e di conseguenza anche il sapore dell&#8217;acqua sar\u00e0 ben diverso (cio\u00e8 i risultati a livello personale e sociale).<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">La disidentificazione dalle proprie emozioni (che non significa non provare emozioni, bens\u00ec mantenerle alla distanza giusta come quando si legge un testo scritto: n\u00e9 troppo vicino n\u00e9 troppo lontano dagli occhi), apre spazi di libert\u00e0 e creativit\u00e0 nell&#8217;azione prima impensabili, portando a una conoscenza diretta e pi\u00f9 profonda di noi stessi e di ci\u00f2 che chiamiamo realt\u00e0.<\/p>\n<p class=\"Normal heading4\">Accettazione e cambiamento: un apparente paradosso. Signore, dammi la forza di cambiare le cose che posso cambiare; dammi la forza di accettare le cose che non posso cambiare; dammi la sapienza di distinguere le une dalle altre.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">La gestione del disagio si fonda sulla capacit\u00e0 di accettazione del nostro mondo interiore, del nostro vissuto. A livello sociale \u00e8 la stessa cosa: serve una cultura che sappia aprirsi alla sofferenza, che sappia accettarla per poterla trasformare positivamente.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Il paradosso allora consiste in questo: come faccio ad accettare qualcosa che voglio cambiare? Infatti se c&#8217;\u00e8 qualcosa che voglio cambiare (qualunque cosa sia, perch\u00e9 vedo che \u00e8 ingiusta, pericolosa, dannosa per me e\/o per gli altri) \u00e8 ovvio che tale cosa &#8216;non l&#8217;accetto&#8217;, e dunque l&#8217;accettazione di cui si parla non pu\u00f2 valer sempre e per tutto. Per risolvere l&#8217;apparente paradosso \u00e8 necessario fare luce su alcuni aspetti della nostra esperienza.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">L&#8217;oggetto dell&#8217;accettazione: cosa accettare e cosa non-accettare<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">In pratica ci sono un&#8217;infinit\u00e0 di cose che naturalmente non accettiamo, dentro noi e fuori di noi. E come ci ricorda la famosa preghiera all&#8217;inizio di questo paragrafo, \u00e8 estremamente importante capire cosa \u00e8 bene accettare o non-accettare. In proposito abbiamo un chiaro punto di riferimento: distinguere la persona dal suo comportamento; scindere i problemi dalle persone.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Sul piano dei comportamenti \u00e8 infatti naturale e giusto non-accettare tante cose (per esempio atti che producono a noi o ad altri dei danni), ma tale non-accettazione del comportamento non \u00e8 detto che debba estendersi alla persona nella sua totalit\u00e0. \u00c8 possibile non identificare ci\u00f2 che la persona fa con ci\u00f2 che \u00e8, con la sua complessa umanit\u00e0, la sua inconoscibile storia, il suo potenziale e insondabile divenire? S\u00ec, \u00e8 proprio questa distinzione, tra persona e comportamento, che permette ad alcuni di dire \u201ccombatto il peccato e non il peccatore\u201d, e ad altri di dire \u201cscindere i problemi dalle persone\u201d, senza per questo essere presi per stupidi o pazzi.\u00a0 \u00a0 Per la prima citazione vedi Gandhi, op. cit.; per la seconda citazione vedi R. Fisher e W. Ury, docenti alla Harvard University, tra i massimi esperti al mondo di negoziazione\u00a0 e per altro estranei alla tradizione nonviolenta, nel loro famosissimo e interessantissimo testo \u201cl&#8217;arte del negoziato\u201d, Ed. Arnoldo Mondadori. Per una profonda trattazione del tema dell&#8217;accettazione, dal punto di vista spirituale e psicologico, suggerisco \u201cLa tranquilla passione\u201d, ed. Ubaldini, di C. Pensa<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Quindi, nell&#8217;approccio positivo ai problemi e conflitti, c&#8217;\u00e8 un &#8216;oggetto&#8217; che va sempre e comunque accettato: la persona, con la sua storia, la sua esperienza, il suo futuro. Questa accettazione in sostanza \u00e8 un riconoscere l&#8217;altro in quanto &#8216;essere umano&#8217;, e ci\u00f2 non presuppone affatto che io debba essere d&#8217;accordo con le sue idee o debba condividere la sua storia. Qui si tratta di sviluppare un atteggiamento che tende al riconoscimento positivo e incondizionato dell&#8217;altro (e di noi stessi!) che non pu\u00f2 che fondarsi sulle qualit\u00e0 dell&#8217;amore. (\u00c8 un parolone, certo, ma possiamo farne a meno? E se ne facciamo a meno, perch\u00e9 gli esempi in tal senso non mancano, che prezzo paghiamo?).D&#8217;altro canto c&#8217;\u00e8 un &#8216;oggetto&#8217; che non va sempre accettato: il comportamento.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Infatti, come dicevamo, il comportamento a volte pu\u00f2 essere giusto accettarlo e altre volte assolutamente no. Noi ci danniamo la vita accettando cose che invece potremmo e dovremmo cambiare (\u201cche ci volete fare, la povert\u00e0 c&#8217;\u00e8 sempre stata e sempre ci sar\u00e0!\u201d) e non-accettando cose che in effetti non siamo in grado di cambiare (\u201codio l&#8217;idea d&#8217;invecchiare!\u201d). Fare degli esempi su questo punto \u00e8 complicato: ogni relazione e inserita in un contesto spazio-temporale, psicologico e sociale che rende unica ogni situazione ed estremamente difficile dire con certezza cosa e quanto sia giusto accettare per una persona\/gruppo\/sisetma. Abbiamo dei punti di riferimento, ma siamo costretti a navigare a vista. Si tratta qui di sviluppare una capacit\u00e0 di discernimento, di visione profonda e intelligente, fondata sulla consapevolezza.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">L&#8217;amore nella politica: il vero volto dell&#8217;etica.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">A questo punto la domanda potrebbe essere: ma \u00e8 davvero possibile non-accettare il comportamento dell&#8217;altro e al tempo stesso accettarlo in quanto essere umano? \u00c8 possibile che la non-accettazione di un comportamento ingiusto o addirittura criminale sia agita con una qualit\u00e0 positiva &#8211; che cio\u00e8 abbia in essa una certa misura di amore &#8211;\u00a0 verso coloro che lo commettono? Che ci\u00f2 sia possibile \u00e8 sicuro e innumerevoli volte testimoniato nella storia; che ci\u00f2 sia anche facile \u00e8 un altro discorso, ma di certo non \u00e8 cosa riservata a pochi eletti. Invero \u00e8 presente nella nostra vita molto pi\u00f9 di quanto pensiamo. Ad esempio \u00e8 ci\u00f2 che avviene quando agiamo con fermezza per impedire a un bambino di fare qualcosa di dannoso (per noi, per lui, o per altri) e, al contempo, manteniamo nei suoi confronti un sentimento\/atteggiamento di sincero interesse per i suoi bisogni, di benevola e intelligente comprensione, di rispetto e amicizia, di non rimprovero. Certo, agire similmente con gli estranei o addirittura verso i nemici \u00e8 cosa ben diversa ed effettivamente difficilissima; ma il punto \u00e8 rendersi conto delle potenzialit\u00e0 di questa straordinaria e benefica forza che gi\u00e0 possediamo e che quindi possiamo sviluppare esattamente come ogni altra nostra capacit\u00e0. Ancora una volta si tratta di sviluppare sensibilit\u00e0 e di rompere le gabbie mentali che ci portano a pensare in termini di tutto o niente: non \u00e8 che la qualit\u00e0-forza dell&#8217;amore o ce l&#8217;abbiamo al cento per cento oppure non ce l&#8217;abbiamo per niente, \u00e8 ben vero invece che ce n&#8217;\u00e8 sempre un po&#8217; in noi e negli altri, e su quella conviene investire.<\/p>\n<p class=\"Normal endnotetext\">Di grandissimo interesse \u00e8 in proposito l&#8217;esperienza di riconciliazione in Sudafrica: vedi \u201cVerit\u00e0 senza vendetta\u201d di M. Flores, ed Manifestolibri.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">7.2 Gestire i problemi. Nel perseguire l&#8217;impossibile rendiamo irraggiungibile il realizzabile.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Avviato il primo passo, una sufficiente gestione positiva del disagio, possiamo affrontare il problema. In effetti la gestione del disagio comporta spesso, in qualche misura, anche la gestione del problema (per es. a volte \u00e8 sufficiente calmare un&#8217;ansia per rendersi conto che la situazione \u00e8 assai meno problematica di come all&#8217;inizio appariva).<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Cos&#8217;\u00e8 un problema? Mi trovo di fronte a un problema ogni qual volta nella relazione (con me stesso, o con gli altri, o con le cose) c&#8217;\u00e8 qualcosa che secondo me non va come dovrebbe andare e, nello stesso tempo, desidero portare un cambiamento: c&#8217;\u00e8 qualcosa che non accetto e lo voglio cambiare. Se restringiamo il campo alle sole relazioni umane la formula potrebbe essere la seguente: tu fai qualcosa che non dovresti fare \/ tu non fai qualcosa che dovresti fare<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">(laddove il tu si pu\u00f2 sostituire con tutti gli altri pronomi). Questo \u00e8 un modo rapido ed efficace per individuare la presenza di problemi, valido anche a livello macrosociale. \u00c8 come un campanello d&#8217;allarme che ci mette all&#8217;erta, ma per passare alla gestione del problema abbiamo bisogno di entrarci dentro. In proposito la porta di accesso consiste nel chiarire alcuni elementi fondamentali:<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">cosa non accetto del comportamento dell&#8217;altro?<\/p>\n<div>\n<ul>\n<li>Precisamente, cosa fa o dice che non accetto? che effetti ha su di me quel comportamento?<\/li>\n<li>Concretamente, quali fastidi, difficolt\u00e0, danni mi causa (o, in via ipotetica, potrebbe causarmi)?<\/li>\n<li>che sentimenti mi provoca quel comportamento?\n<p class=\"Normal BodyText\">La risposta a queste domande rappresenta la gestione della dimensione interiore del problema-conflitto, da cui dipende la gestione della dimensione sociale del problema-conflitto (che, come vedremo, si gioca sul piano della comunicazione). Dopo esser passati attraverso questa porta, possiamo incamminarci verso il cuore dei problemi. Il primo passo \u00e8 riformulare il problema in termini di bisogni : quali sono i miei (tuoi, nostri, ecc) bisogni in questa faccenda? Quali bisogni desidero salvaguardare, proteggere, soddisfare? Queste domande ci permettono di avviare il processo di trasformazione e risoluzione dei problemi che tecnicamente viene chiamato &#8216;problem solving&#8217;. Il problem solving si svolge generalmente in sei fasi, pi\u00f9 una fase zero: 1) ridefinizione del problema in termini di bisogni; 2) escogitare idee di soluzione; 3) valutare pro e contro di ogni soluzione; 4) scegliere la soluzione che sembra migliore; 5) implementare la scelta (cio\u00e8 stabilire il piano di attuazione: chi fa cosa, quando come, ecc); 6) prevedere i criteri e i tempi per la verifica dei risultati ottenuti. La fase zero riguarda le premesse relazionali e contestuali che consentono al processo di avviarsi (per es. se le parti che vivono il problema sono gi\u00e0 in forte conflitto, dovranno come prima cosa costruire quel minimo di fiducia e conoscenza del processo indispensabili per collaborare nei vari passaggi del problem solving).<\/p>\n<p class=\"Normal endnotetext\">Esistono diverse tecniche cosiddette di Problem solving, ma tutte attraversano le stesse fasi anche se vengono chiamate in differenti modi. Personalmente uso il metodo Gordon, vedi &#8216;Leader efficaci&#8217; T. Gordon ed. La Meridiana.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Non c&#8217;\u00e8 problema! Ok: ma chi stabilisce che un problema \u00e8 un problema? Esistono problemi oggettivi? La percezione di un problema \u00e8 legata a un insieme di fattori che in ultima analisi sono soggettivi, per cui il problema esiste nel momento in cui il soggetto lo riconosce.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Pertanto non ha molto senso parlare dell&#8217;esistenza oggettiva dei problemi, cos\u00ec come non ha senso parlare della non esistenza oggettiva dei fantasmi a uno che li vede e ne \u00e8 terrorizzato. Forse si pu\u00f2 anche dire che in certi casi i problemi esistono solo nella testa delle persone che li hanno, ma bisogna pure ammettere che quei problemi non restano affatto rinchiusi in quelle teste, bens\u00ec escono e possono condizionare pesantemente la vita di chi \u00e8 in relazione con quelle persone &#8211; e non solo, come testimoniano i quotidiani fatti di cronaca nera. Da quanto detto deriva una regola di comportamento che svolge un&#8217;importantissima funzione preventiva del conflitto. Allorquando una persona ci fa presente di avere un problema con noi (oppure di avere un problema con altri, come spesso accade quando si rivolgono a noi per un aiuto), rispondergli che tale problema &#8216;per noi&#8217; non esiste \u00e8 una grave superficialit\u00e0. Le relazioni cos\u00ec si deteriorano, anche se sul momento tutto sembra andar bene, e i problemi tendono a peggiorare e a trasformarsi in conflitti. In pratica risulta molto pi\u00f9 costruttivo riconoscere subito l&#8217;esistenza dei problemi invece di negarli o di discuterne l&#8217;oggettiva esistenza, tenendo ben presente per\u00f2 che riconoscere non vuol dire essere d&#8217;accordo.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">A partire da questo riconoscimento (che, da notare, \u00e8 in sostanza il riconoscimento dell&#8217;altro, del suo vissuto, della sua esperienza -vedi cio\u00e8 tutto il discorso sull&#8217;accettazione), nel processo della comunicazione la percezione del problema si trasformer\u00e0 trasformando il problema stesso e l&#8217;eventuale conflitto.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Percezione di problemi e problemi di percezione.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">La vita \u00e8 una cosa meravigliosa, o una valle di lacrime? La nostra percezione della realt\u00e0 gioca un ruolo centrale nella genesi e nella risoluzione dei problemi e dei conflitti che viviamo, tanto da poter affermare che il cambiamento di percezione \u00e8 un obiettivo fondamentale nella gestione costruttiva dei conflitti. Il cambiamento di percezione consiste nel cambiare il proprio e\/o l&#8217;altrui punto di vista rispetto a una determinata situazione fino a vedere le cose in modo significativamente diverso da prima (il processo che porta a tale risultato viene in genere chiamato &#8216;ristrutturazione cognitiva&#8217;).<\/p>\n<p class=\"Normal List\">Sul cambiamento di percezione vedi \u201cChange\u201d, di P. Watzlawick e altri, edito dalla Ubaldini, che seppur datato (e non a caso molto ristampato) rimane un testo agile e straordinariamente ricco per la comprensione di questo processo, da loro chiamato \u201cristrutturazione cognitiva\u201d, che svolge un ruolo centrale nella risoluzione dei conflitti. Di grande interesse e utilit\u00e0 anche &#8216;Arte di ascoltare e mondi possibili&#8217;, di Marianella Sclavi, edito da Le vespe.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">La percezione dipende da molti fattori. Tra questi, per il discorso che stiamo facendo, riveste particolare importanza la nostra concezione della realt\u00e0, cio\u00e8 le idee e le opinioni che ci siamo costruiti circa la realt\u00e0. Per esempio \u00e8 frequente osservare che una volta che ci siamo fatti un&#8217;idea &#8216;su&#8217; di una persona (positiva o negativa che sia) nella relazione con essa tendiamo poi a percepire tra le tante cose che essa dice e fa solo quelle che confermano la nostra idea di partenza. Finch\u00e9 non accade qualcosa che svela il pregiudizio \u00e8 difficile rendersi conto di questo fenomeno. Cos\u00ec accade che chi \u00e8 cresciuto in una cultura razzista, o maschilista, tende a vedere veramente la propria superiorit\u00e0 e l&#8217;altrui inferiorit\u00e0 come un fatto naturale. Ai suoi occhi la cosiddetta &#8216;realt\u00e0 dei fatti&#8217; non far\u00e0 altro che confermargli quella opinione, anche di fronte alle prove pi\u00f9 evidenti. Insomma, ci\u00f2 che chiamiamo realt\u00e0 \u00e8 qualcosa che si pu\u00f2 manipolare con grande facilit\u00e0, anche in buona fede, per cui va a finire che si vede ci\u00f2 che si \u00e8 abituati a vedere, o ci\u00f2 che si vuol vedere! Ecco perch\u00e9 \u00e8 cos\u00ec difficile (far) cambiare idea e perch\u00e9 la forza della ragione da sola non basta: bisogna toccare il cuore se si vuole operare un cambiamento profondo, efficace.<\/p>\n<p class=\"Normal footnotetext\">Gandhi afferma di aver cominciato a capire e praticare la nonviolenza nel momento in cui si rende conto che per ottenere cambiamenti significativi non basta toccare la ragione, ma bisogna toccare il cuore delle persone, e come ci\u00f2 comporti inevitabilmente una disponibilit\u00e0 sincera a soffrire, cosa possibile solo attraverso le qualit\u00e0 dell&#8217;amore (vedi Gandhi, op. cit. nel capitolo &#8216;cos&#8217;\u00e8 la nonviolenza&#8217;).<\/p>\n<p class=\"Normal heading2\">8. COMUNICARE PER GESTIRE<\/p>\n<p class=\"Normal heading2\">In un primo momento siamo sempre noi, consapevoli o meno, a percepire e valutare di avere un problema. Poi, se non siamo soli, inevitabilmente comunicheremo agli altri quello che percepiamo. Cos\u00ec nella relazione i problemi vengono trasformati, costruiti e ricostruiti, risolti o ingigantiti, attraverso il processo della comunicazione. La gestione della dimensione sociale del conflitto \u00e8 quindi un processo che si attua attraverso la comunicazione, tanto da poter dire che comunicare \u00e8 gestire<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">. Il verbo gestire potrebbe sembrare presuntuoso, ma il concetto di gestione qui proposto coincide con l&#8217;aspetto pragmatico della comunicazione umana, cio\u00e8 tutto quello che in una determinata relazione viene detto e fatto (e quindi anche non detto e non fatto), nonch\u00e9 il modo in cui ci\u00f2 avviene. Quindi, se \u00e8 vero (come le leggi della comunicazione insegnano) che in una relazione \u00e8 impossibile non comunicare, allora \u00e8 pure vero che \u00e8 impossibile non gestire un conflitto. Da questo punto di vista noi sempre e comunque gestiamo i conflitti che ci coinvolgono, anche se in gran parte non ce ne rendiamo conto. Questo vuol dire che abbiamo sempre una responsabilit\u00e0 rispetto al miglioramento o al peggioramento delle nostre relazioni con gli altri, con noi stessi, con la societ\u00e0, con la vita. Per il semplice fatto che esistiamo e che con la nostra esistenza diamo vita a una relazione, noi abbiamo un potere in quella relazione, un potere che non controlla mai il tutto, ma nemmeno scompare mai del tutto. Il fatto di usare inconsapevolmente questo potere non diminuisce i suoi effetti negativi, anzi li aumenta fortemente, tanto da poter dire che \u00e8 proprio nella misura in cui ne diveniamo consapevoli che possiamo cominciare a limitare i danni e a costruire relazioni sane attraverso il nostro modo di comunicare.\u00a0\u00a0 Il concetto di comunicazione cui qui ci riferiamo \u00e8 quello presentato nella fondamentale opera \u201cPragmatica della comunicazione umana\u201d, di P. Watzlawick e altri, ed. Ubaldini. Da ci\u00f2 deriva la grande utilit\u00e0 e diffusione delle cosiddette tecniche di comunicazione (efficace, costruttiva, nonviolenta, ecologica, ecc); vedi per es. T. Gordon \u201cGenitori efficaci\u201d ed. La meridiana, o \u201cInsegnanti efficaci\u201d\u00a0 ed. Giunti Lisciani; L. Rosenberg \u201cla comunicazione nonviolenta\u201d ed. Esserci; J. Liss \u201cLa comunicazione ecologica\u201d<\/p>\n<p class=\"Normal List\">, ed. La Meridiana.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">9. TRASFORMAZIONE E RISOLUZIONE DEI CONFLITTI<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">\u201cIl medico cura, la natura guarisce.\u201d Oggi si tende ad usare sempre pi\u00f9 la terminologia anglosassone conflict management, o conflict transformation, al posto di conflict resolution . In pratica hanno lo stesso significato, ma probabilmente c&#8217;\u00e8 un&#8217;accresciuta consapevolezza che il concetto di risoluzione pu\u00f2 essere fuorviante: noi, da soli, possiamo solo gestire il conflitto, mai risolverlo,esattamente come il medico ha il potere di curare, ma non quello di guarire, per quanto potente sia la sua medicina.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText\">Attraverso un esempio di vita ordinaria proviamo a riassumere la dinamica della gestione positiva dei conflitti per vedere cosa pu\u00f2 voler dire trasformare e risolvere un conflitto.<\/p>\n<p>I nostri attori (chiamiamoli Anna e Bruno, soci che gestiscono un&#8217;attivit\u00e0 di servizi), di fronte a un problema (come arredare l&#8217;ufficio) durante la discussione si arrabbiano e litigano scambiandosi reciproche accuse (in base alla nostra mappa il problema si \u00e8 trasformato in conflitto).\u00a0\u00a0 Anna (che ha alle spalle una formazione alla nonviolenza) durante la pausa pranzo riconosce la situazione conflittuale e comincia a lavorare in modo costruttivo sulla sua rabbia e frustrazione (gestione del disagio). Dopo un po&#8217; riesce a calmarsi, a ritrovare fiducia e a percepire sia Bruno sia la situazione sotto un&#8217;altra luce. Abbiamo cos\u00ec che una delle parti in conflitto ha gestito efficacemente il proprio disagio e quindi ha ottenuto una trasformazione del conflitto a livello personale (ricordiamoci la distinzione fatta all&#8217;inizio tra la dimensione personale e quella sociale del conflitto), per cui rabbia e frustrazione sono state indebolite, o forse sono scomparse, e ora c&#8217;\u00e8 la chiara percezione del problema concreto da risolvere (le scelte inerenti l&#8217;arredamento). Dunque Anna ora si sente pronta a incontrare Bruno. Ma Bruno come sta?<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText2\">Bruno, che ha dovuto pure saltare il pranzo per motivi di lavoro, \u00e8 invece ancora risentito: in lui ci sono irritazione, pensieri negativi sulla situazione e su Anna, e forse anche su di s\u00e9. Dunque ci troviamo di fronte a una situazione asimmetrica, come normalmente accade: una delle parti ha trasformato positivamente il disagio a livello personale, mentre l&#8217;altra no, per cui a livello sociale il conflitto persiste ed \u00e8 ancora tutto da gestire. E sappiamo bene che sino a quando anche solo una delle parti in conflitto non avr\u00e0 efficacemente gestito il suo disagio continuer\u00e0 a scaricarlo in qualche modo nella relazione con l&#8217;altro (e\/o col mondo circostante), creando a tal fine pretesti e falsi problemi &#8211; falsi, ma non per questo meno dolorosi e pericolosi.\u00a0 A questo punto se Anna vuole affrontare il problema concreto dovr\u00e0 prepararsi a fare inevitabilmente i conti col disagio di Bruno: questo in pratica significa riuscire a riconoscere e accettare quel disagio, cio\u00e8 accettare Bruno &#8216;come \u00e8&#8217;. Questa implicazione della gestione positiva dei conflitti \u00e8 dura da afferrare, ancor pi\u00f9 da digerire: oltre a saper gestire bene il mio disagio, cosa gi\u00e0 di per s\u00e9 impegnativa, in qualche misura devo anche saper aiutare l&#8217;altro a gestire il suo disagio.<\/p>\n<p class=\"Normal BodyText2\">\u00c8 una cosa difficile e delicata, sulla quale si ha un potere certamente limitato, ma pure tanto importante. Ora si pu\u00f2 capire meglio perch\u00e9 \u00e8 fondamentale saper gestire positivamente il disagio a livello personale: chi riesce a gestire bene il proprio disagio si trova nelle condizioni migliori per \u201ctentare\u201d di trasformare e risolvere costruttivamente il conflitto anche nella sua dimensione sociale. E diciamo \u201ctentare\u201d perch\u00e9 il risultato a livello sociale della gestione dei conflitti dipende da tutte le parti coinvolte. Come dire: se per costruire la pace l&#8217;altro \u00e8 ineliminabile, allora esso \u00e8 indispensabile &#8211; ed \u00e8 utile ricordarsi che \u201cl&#8217;altro, siamo noi\u201d.\u00a0 Aiutare l&#8217;altro a gestire il suo disagio non richiede spirito di abnegazione, n\u00e9 l&#8217;essere terapeuti: nella misura in cui riesco ad accogliere sinceramente il disagio dell&#8217;altro, ad ascoltarlo (cosa che implica il non farmi travolgere dall&#8217;onda emotiva della sua rabbia, disperazione, dolore), di fatto lo sto aiutando. Quando ci sentiamo cos\u00ec riconosciuti accade sempre qualcosa di positivo, di sano, di curativo, il che non significa non sia doloroso. E la cosa non stupisce se ci ricordiamo che accettazione \u00e8 solo un altro nome dell&#8217;amore.<\/p>\n<p>\u00a0 Tornando al nostro esempio, immaginiamo che Anna riesca appunto a mostrare un sincero ascolto nella fase iniziale dell&#8217;incontro con Bruno, e magari anche a chiedere scusa per le parole dure dette in precedenza. Bruno comincia a distendersi e un po&#8217; alla volta riesce pure lui a recuperare quel po&#8217; di fiducia che poi lo mette in grado di gestire bene il suo disagio (e in ci\u00f2 possiamo supporre che sia stato facilitato dall&#8217;atteggiamento amichevole manifestato da Anna alla ripresa del dialogo &#8211; attenzione, non stiamo parlando di un atteggiamento di controllata e superiore calma, di ostentata gentilezza, cose che generano effetti completamente diversi).Ecco allora che, secondo il nostro approccio, possiamo dire che il conflitto \u00e8 stato positivamente trasformato anche nella sua dimensione sociale, per cui ora le parti si trovano in una condizione pi\u00f9 favorevole per affrontare e risolvere insieme il problema concreto. In questo nuovo stato della relazione (che potremmo chiamare di pace, visto che la pace, come il conflitto, \u00e8 uno stato della relazione), i nostri eroi possono \u201ctentare\u201d di risolvere insieme il loro problema. A questo punto infatti potrebbero usare con profitto delle tecniche di problem solving (sapendo per\u00f2 che durante il processo il disagio potrebbe nuovamente alzarsi e richiedere un&#8217;altra volta maggiore attenzione rispetto al problema). Il verbo \u201ctentare\u201d rimane perch\u00e9 non tutti i problemi possono essere risolti qui e ora come vorremmo . Anzi, solo un&#8217;intelligente e fiduciosa accettazione consente di vivere in pace, pi\u00f9 positivi e vitali, in un presente a volte pieno di problemi e difficolt\u00e0.<\/p>\n<p>L&#8217;importanza di questo esempio, molto semplice, riferito a un caso di conflitto in ambito cooperativo e con un potere delle parti sostanzialmente equilibrato, sta nel fatto che possiamo trarre alcune importanti conclusioni che sembrano valere per qualsiasi tipo di confitto, ovvero: la gestione positiva del disagio (cio\u00e8 la gestione positiva della dimensione interiore del conflitto, che \u00e8 ci\u00f2 su cui abbiamo il massimo potere)<\/li>\n<li>pu\u00f2 \u201cgarantire\u201d la trasformazione del conflitto a livello personale (pace personale);<\/li>\n<li>non pu\u00f2 mai \u201cgarantire\u201d la trasformazione del conflitto a livello sociale (pace sociale);<\/li>\n<li>non pu\u00f2 mai \u201cgarantire\u201d la risoluzione dei problemi a livello sociale; costituisce la base pi\u00f9 forte ed efficace per poter trasformare e risolvere costruttivamente i problemi e i conflitti a livello sociale, perch\u00e9 consente di utilizzare al meglio le risorse disponibili di creativit\u00e0 e intelligenza che vengono fortemente menomate dalla presenza di stati emotivi negativi.\u00a0 In ambiti di tipo competitivo, e soprattutto quando c&#8217;\u00e8 un forte squilibrio di potere tra le parti, le cose sono assai pi\u00f9 complicate e bisognerebbe allora aprire il discorso sulla forme di lotta nonviolenta o satyagraha.\u00a0 Per i vari tipi di trasformazione nonviolenta dei conflitti, dalla conversione al compromesso positivo, fino alla coercizione nonviolenta, vedi la fondamentale opera curata da G. Sharp, direttore del Program of Nonviolent Sanctions in Conflit and Defense della Harvard University,\u00a0 \u201cPolitica dell&#8217;azione nonviolenta\u201d (tre volumi), Ed. Gruppo Abele, in particolare il terzo volume nella parte riguardante le diverse possibilit\u00e0 di risoluzione nonviolenta del Conflitto. Su tali considerazioni si fondano anche gli approcci di mediazione dei conflitti (a livello famigliare, sociale, aziendale, ecc) e in merito segnalo \u201cProspettive di mediazione \u201d, a cura di M Bouchard e G. Mierolo, EGA. e \u201cGestione dei confitti e mediazione\u201d, di C. Besemer, EGA.<\/li>\n<li>\u00a0 Il verbo \u201cgarantire\u201d \u00e8 messo in evidenza perch\u00e9 esprime assai bene il desiderio diffusissimo e la radicata convinzione di poter trovare tecniche o metodi \u201csicuri\u201d che risolvano \u201cpresto, definitivamente e senza dolori\u201d ogni conflitto, ogni problema, ogni disagio, ogni male. Questa sorta di mito di onnipotenza, che ricerca e propaganda la sicurezza assoluta (salute sicura, lavoro sicuro, guadagni sicuri, citt\u00e0 sicure, rapporti sicuri\u2026), implica necessariamente l&#8217;uso della violenza e, purtroppo, si apprende e si trasmette inconsapevolmente. Superare tutto ci\u00f2 non \u00e8 affatto facile, ma certamente \u00e8 possibile.<\/li>\n<\/ul>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>fonte: https:\/\/www.autistici.org\/azione\/consenso\/gestione_nonv_conflitti.html Saggio breve sulla gestione di gruppo dei conflitti. Il Conflitto \u00e8 uno stato della Relazione caratterizzato dalla presenza di un Problema a cui si associa un Disagio. LA GESTIONE NONVIOLENTA DEI CONFLITTI 1. RI\/CONOSCERE IL CONFLITTO PER GESTIRLO Per gestire un conflitto devo per prima cosa riconoscerlo, cio\u00e8 devo saperlo cogliere in modo &hellip; <\/p>\n<p class=\"link-more\"><a href=\"https:\/\/orgs.noblogs.org\/it\/post\/2020\/09\/14\/gestione-non-violenta-dei-conflitti\/\" class=\"more-link\">Leggi tutto<span class=\"screen-reader-text\"> &#8220;Gestione non violenta dei conflitti&#8221;<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":13900,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_locale":"it_IT","_original_post":"http:\/\/orgs.noblogs.org\/?p=339","footnotes":""},"categories":[15,14,9,5],"tags":[],"class_list":["post-339","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-conflicts","category-conflitti","category-groupimprovement","category-personalimprovement","it-IT"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/orgs.noblogs.org\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/339","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/orgs.noblogs.org\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/orgs.noblogs.org\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/orgs.noblogs.org\/wp-json\/wp\/v2\/users\/13900"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/orgs.noblogs.org\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=339"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/orgs.noblogs.org\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/339\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":340,"href":"https:\/\/orgs.noblogs.org\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/339\/revisions\/340"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/orgs.noblogs.org\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=339"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/orgs.noblogs.org\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=339"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/orgs.noblogs.org\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=339"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}